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Come i musicisti influenzano le presidenziali negli Stati Uniti

Lo show business sempre in prima linea, durante le presidenziali americane; ma perché sempre dalla stessa parte?

Galeotto fu quello scrutinio in Pennsylvania ma alla fine il candidato democratico è riuscito a soggiogare il vorticoso tycoon di new York. Nonostante manchino ancora alcuni stati-chiave,  la notizia ufficiale è che Joe Biden avrebbe vinto, diventando il 46 esimo presidente degli Stati Uniti d’America e, dulcis in fundo, il più votato nella storia delle presidenziali a stelle e strisce.

Un voto di protesta al voto di protesta? Un complotto voluto dalla Cina? Una punizione esemplare per come Donald Trump ha portato avanti la lotta all’emergenza sanitaria dovuta all’epidemia da Covid 19? Solo gli Dei e forse un ipotetico Cartesio d’oltralpe potrebbe conoscere la verità.

Per ora ci è dato di sapere come il mondo della comunicazione e dell’informazione riesca sempre a cavalcare il toro più recalcitrante e a rimanere in sella, guidato da una luce mistica che gli permette di raggiungere la conoscenza sempre prima degli altri.

Sono tanti coloro che vorrebbero avere questo magico potere e molti, non potendo godere di esso, si accontentano di seguire i propri Messiah prediletti, in cerca d’illuminazione, pronti ad accanirsi come cerberi contro chiunque si permetta di dubitare o addirittura negare la loro parola.

Sebbene possa sembrare eccessiva, tale metafora misteriosofica è il risultato di ciò che, specie negli USA, succede periodicamente ad ogni elezione presidenziale. Ci sono i media mainstream e quelli indipendenti; c’è la propaganda, gli esperti e poi ci sono gli artisti: attori, musicisti, intellettuali e letterati che, anche giustamente prendono una loro posizione e sfruttano la loro influenza, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica verso un modello particolare. 

Questo sistema non ha nulla di sbagliato, beninteso, perché permette di comprendere come anche il mondo dorato delle star sia vicino alla quotidianità, dove il destino del paese reale è una questione che riguarda tutti. 

Gli esempi sono tanti e nel corso degli ultimi 50 anni sono stati i più disparati, specie nel mondo della musica.

C’è Johnny Cash che nel 68, in piena rivoluzione Hippies, decide di registrare un album dal vivo nel carcere di Folsom; prima ancora abbiamo Ray Charles che si guadagna il foglio di via dalla Georgia per aver rifiutato di suonare per una platea di soli bianchi. Poi abbiamo John Lennon e Yoko Ono con le loro marce per la pace e una performance di protesta chiusi in albergo, ancora oggi molto discutibile, ma che ha dato l’input per Give peace a chance e Imagine. Abbiamo George Harrison e il suo concerto per il Bangladesh, modello ispiratore del successivo Live Aid di Bob Geldof. 

(da: Facebook.com)

Tutto ciò però seguiva una precisa linea ideologica e politica, dalla quale era impossibile distaccarsi; sia per ragioni etiche, sia di convenienza. Ne è un esempio Elvis Presley che nel 1970 ottenne un incontro urgente con il presidente Richard Nixon, chiedendo di essere nominato agente federale sotto copertura per la narcotici.

Pur nel paradosso fu Elvis ad andare controcorrente rispetto alla cultura alternativa di quel periodo e così fece Frank Zappa quando descrisse i disordini razziali nel distretto di Watts in Trouble Every Day, per poi smascherare l’ipocrisia della generazione dei figli “ricchi” dei fiori e della contro-cultura con il solo titolo di un album: We’re only in it for the money.

Tutto questo aveva delle inevitabili ripercussioni sulla Casa Bianca e, ieri come oggi, molti sono gli artisti scesi in campo per sostenere il candidato considerato più autorevole e presentabile. Va dato atto ai democratici di come essi siano riusciti e riescano, qualsiasi cosa li investa, a uscirne sempre con la faccia pulita. Non serve più sapere chi ha iniziato la costruzione del muro con il Messico o quante bombe sono state sganciate durante la “miracolosa” amministrazione Obama, né quante “democrazie” mediorientali siano state liberate. Oggi abbiamo Miley Cyrus, Geoff Barrow, Alicia Keys, Massive Attack, R.E.M, e tanti altri pronti a sostenere chi, per vocazione spirituale, risulterà sempre il male minore.  Anche i Pearl Jam si sono messi in prima linea lanciando l’iniziativa PJ Votes 2020 per sensibilizzare il proprio pubblico a votare, ma il paradosso del 2020 sembra non essere più neanche la pandemia che influenza le intenzioni di voto, bensì un ex Pistols come Johnny “Rotten” Lydon che si schiera apertamente a favore di Trump. 

Anche questa è la magia della comunicazione globale; tutti ne siamo coinvolti e tutti vorremmo avere ragione.

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