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POLITICALLY CORRECT: IDEALE DI GIUSTIZIA O IPOCRISIA SOCIALE?

Dalla Disney che cancella i suoi cult alla rimozione dell’account di scacchi su YouTube. La comunicazione digitale sottolinea l’importanza del linguaggio e delle sue forme, riaprendo il dibattito sul politicamente corretto.

L’avvento dei social ha incrementato la possibilità di esprime liberamente il proprio pensiero. Ma i linguaggi digitali, spesso, si trasformano in strumenti di odio per attaccare il prossimo. La cronaca puntualmente riferisce casi di violenza verbale e diffusione di messaggi scorretti e di recente si ritorna a parlare di politically correct; delle luci e delle ombre di uno strumento che interviene sulla forma della comunicazione.

(da: pixabay.com)

Disney tra stereotipi e razzismo

Lo sa bene la Disney che negli ultimi mesi ha passato in rassegna i grandi classici per controllare eventuali messaggi offensivi. Dopo aver riscontrato elementi discriminatori, l’azienda ha deciso di eliminare dalla piattaforma streaming Disney Plus alcuni titoli inseriti nella sezione dedicata ai bambini, vietandone la visione ai minori di sette anni. Ma non solo, la fabbrica dei cartoni decide anche di aggiornare gli avvisi relativi ai contenuti discriminatori: 

“Questo programma include rappresentazioni negative e/o denigra popolazioni o culture. Questi stereotipi erano sbagliati allora e lo sono ancora. Piuttosto che rimuovere questo contenuto vogliamo riconoscerne l’impatto dannoso, imparare da esso e stimolare il dibattito per creare insieme un futuro più inclusivo”.

La Disney prende sì le distanze dall’operato dei vecchi autori, ma lo trasforma anche in punto di partenza per superare limiti ‘figli del loro tempo’ e migliorarsi sempre più. 

Ma quali sono i titoli considerati offensivi e perché? 

Tra i cartoni ‘vietati’ troviamo: Gli Aristogatti (1970) che, con il gatto siamese Shun Gon dagli occhi a mandorla e dentoni pronunciati, esagera lo stereotipo della popolazione asiatica. Dumbo (1941) accusato di ridicolizzare gli schiavi delle piantagioni del Sud dell’America con il brano che recita: “E quando poi veniamo pagati buttiamo via tutti i nostri soldi”. Peter Pan (1953) che umilia i nativi americani definendoli ‘pellerossa’. 

(da: pixabay.com)

Scacco matto alla libertà di espressione 

Fa molto discutere anche la recente notizia che vede YouTube sospendere per 24 ore il noto canale di scacchi del giocatore croato Antonio Radic per razzismo.

Radic, noto come Agadmator, nei video spiega strategie inerenti al gioco. Ma l’algoritmo di YouTube, come riporta l’ANSA, ha individuato in frasi come “il bianco schiaccia il nero” commenti discriminatori. Accortosi dell’errore ha riaperto subito l’account. 

Politically correct: luci e ombre
Le polemiche e le accuse non si sono fatte attendere. È giusto, in un futuro digital in continuo divenire, avere degli strumenti utili a non votare il linguaggio come mezzo di sofferenza. Ma ancora più utile è saper usare questi strumenti. Il politically correct da sempre agisce sugli aspetti della comunicazione che offendono, dividono le popolazioni. 

Ma estremizzare il politicamente corretto, facendolo sfociare in una sorta di ‘censura’ o in ipocrisia sociale è più dannoso dell’offesa stessa. E così la Disney viene accusata di perbenismo; di calcare la moda del “questo non si dice, questo non si fa vedere” solo per ingraziarsi una buona fetta del mercato. Allo stesso modo, gli algoritmi (e chi li crea) di piattaforme come YouTube sono accusati di tacciare di razzismo frasi non offensive.

L’estrema attenzione che il mondo digitale contemporaneo pone sulla forma del messaggio, spesso tralascia il suo contenuto. Gli aspetti comunicativi che trasmettono odio e discriminazione devono essere sempre fermati, la libertà di espressione mai minacciata. Fermarsi a riflettere sugli errori comunicativi del passato da non ripetere è più utile che eliminarli del tutto. 

E mentre ci si arrovella sui termini, stereotipi, immagini che non bisogna più usare, si mette da parte una sempiterna questione: l’uso corretto della lingua porta all’accettazione del prossimo o è l’educazione alle differenze che rende il linguaggio più consapevole? 

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