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Medicina

Le proprietà curative delle erbe officinali, le piante, i fiori e i riti magici

Si spinge nell’antichità la cultura delle erbe officinali, delle piante, dei fiori e del loro impiego a fini curativi, attraverso decotti o infusi.

Come scrive Fra Domenico Palombi, monaco cistercense, nel suo libro “La medicina dei semplici”, le piante hanno un uso terapeutico e sono state usate, nel corso del tempo, da differenti popolazioni, primi fra tutti dai cinesi, e successivamente dagli egizi, dagli ebrei, dai fenici… ma per attendere dei veri e propri trattati di botanica ed erboristeria si è dovuto attendere i greci e i latini, fino ad arrivare nel cuore dei monasteri tra i benedettini, i cistercensi, i certosini e i francescani dove vennero applicate le pratiche erboristiche. Infatti, all’interno degli ordini monastici risiedevano anche gli orti botanici. Questo fu un aiuto che permise l’attuazione della cosiddetta medicina dei semplici. La fine dell’ottocento segnò il declino di questo aspetto della vita, in quanto le industrie farmaceutiche sostituirono i rimedi naturali con quelli chimici e sintetici. L’attenzione verso la naturalezza però sembra stia riprendendo campo e grazie ai monaci è possibile ancora conoscere il potere delle piante. Entrare nella Certosa di Pavia è una delle strade per approcciare ad esso. 

Le piante nella storia del tempo sono state anche fonte di mistero, poiché proprio con esse si praticavano i riti magici. Riti pagani che vennero inizialmente inclusi negli usi della società ecclesiastica. Al tempo delle streghe, ad esempio, nella nottata del 23 e del 24 di giugno, durante la notte di San Giovanni, due giorni dopo il solstizio d’estate, si dice che avvenissero i sortilegi più oscuri, indi per cui, la gente del popolo per proteggersi poneva sotto i propri abiti proprio le erbe del santo: la lavanda, l’iperico, il ribes, ma anche l’aglio e la verbena. Da questa pratica nasce l’acqua di San Giovanni che pare venisse utilizzata per curare ferite e malanni. Ancora oggi si usa svolgere un rituale con questa acqua, come afferma ed esegue Laura Calvelli, esperta di permacultura, all’interno del suo orto sinergico, aperto a tutti e dislocato alle porte di Milano sud ovest. 

«Per preparare l’acqua di San Giovanni bisogna raccogliere, durante la vigilia della notte del 24 giugno, una misticanza di erbe e fiori che può essere composta da petali di rose, caprifogli, foglie profumatissime dell’erba di Santa Maria, menta, iperico (chiamato anche erba di san Giovanni che ha proprietà paragonabili ad alcuni psicofarmaci), l’achillea, (pianta con cui si dice che Achille curasse tutti i suoi soldati)la lavanda, l’alloro, (che è la pianta dei poeti e dell’intelletto, la quale si metteva nelle corone degli imperatori, e oggi si usa per la coroncina delle lauree),la salvia, il rosmarino, l’artemisia (chiamata anche assenzio volgare e dedicata a Diana-Artemide), finocchio selvatico (potente amuleto utile ad affinare l’occhio negli inganni), l’avena (simbolo d’abbondanza che aiuta a fare la scelta giusta)».

Al tramonto bisogna immergerle in un bacile d’acqua e lasciarle fuori tutta la notte in modo che la rugiada di questa notte magica vi si depositi sopra. Intanto si prepara un falò e vi si brucia dell’alloro e del rosmarino. Al mattino, ci si bagnerà. Le leggende su questa notte sono numerose: se si vede della felce lungo le rive di un torrente, è utile staccarne una foglia e farla essiccare dentro la propria casa. Proteggerà dal malocchio. Anche l’oleolito, composto di lavanda e olio di semi, ottimo contro le zanzare, è opportuno prepararlo sotto lo stesso cielo.

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