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Medicina

Gli effetti sulla mente del Covid-19

Febbre, perdita del gusto, tosse ma anche paura sociale, ansia e depressione, il Covid-19 è più che un virus, è un tornado che si è preso le nostre vite e non ce le vuole proprio restituire. Ci eravamo abituati ad una tregua, in termini di numeri e di vittime e stiamo ripiombando nell’incubo, in attesa di un vaccino che non si sa quando arriverà.

Abbiamo tutti dovuto modificare la nostra routine, accompagnati da quelle mascherine che tanto fastidio ci danno, siamo un po’ più diffidenti e prudenti ma non tutti, per fortuna o purtroppo. C’è il virus che ti prende e il virus che prende gli altri e speri non arrivi mai nelle tue zone.

Ma come reagiscono i pazienti dopo l’arrivo del “tornado”? Quali sono le conseguenze psicologiche nella mente delle persone che non hanno avuto, ma sono circondati, dallo spauracchio coronavirus? Uno studio dell’Ospedale San Raffaele di Milano ha rivelato che l’infiammazione avverrebbe anche sul piano psichiatrico causando stress post-traumatico, depressione, ansia, attacchi di panico, fame nervosa, insonnia e sintomi ossessivo-compulsivi in almeno il 56% delle persone.

I pazienti ricoverati, inoltre, forse perché più seguiti, hanno sviluppato meno sintomi di quelli domiciliati, spesso soli e mal assistiti, inoltre ad essere più soggette a depressione ed ansia sono le donne mentre gli uomini sono più portati al suicidio. Un altro studio, condotto dall’Università di Torino ha ribadito che ben il 69% degli italiani soffre di ansia e il 31% di depressione, ce n’è per tutti insomma, nessuno è risparmiato.

(da: pixabay.com)

Ma da cosa derivano queste sensazioni che a volte sfociano in vere e proprio patologie (più o meno gravi)? I lutti, innanzitutto, perché tante sono le persone che ci hanno lasciato, spesso proprio i familiari, o un vicino o amici particolarmente cari. Poi c’è la crisi, chi lavora da casa e deve reinventarsi in smart working, chi lavora da casa e deve badare a dei figli che seguono le videolezioni. Poi c’è chi il lavoro non lo ha più, nemmeno da casa e barcolla drammaticamente tra mutui e bollette che stringono il cappio sempre più intorno al collo.

Ma il trauma più rilevante è forse il confinamento, ci si sente sequestrati, privati della libertà, non ci si riesce a spiegare il motivo per cui indossare continuamente la mascherina anche se, razionalmente, lo si conosce benissimo. E ancora cefalea sempre più frequente, tachicardia perché si ha paura dell’oggi e del domani, difficoltà digestive perché non si ha più la serenità di un tempo, abuso di alcool e droga per dimenticare il momento.

Inoltre c’è la sindrome della ripresa, di ricominciare la vita di prima ma con molte più limitazioni, i ritmi frenetici ma anche le mille accortezze, la vita era già difficile e complicata prima e ora? Si diventa più sensibili ma anche più lunatici, deconcentrati ma anche iperattivi. E che dire dei soggetti più fragili? Dei disabili che non hanno più potuto usufruire delle cure, dei bambini autistici che non hanno più potuto crescere insieme agli amici medici e via dicendo.  

Abbiamo perso la possibilità di toccarci ed abbracciarci ma possiamo guardarci e dobbiamo trasmettere le emozioni attraverso i nostri occhi, non possiamo sorridere ma uno sguardo può davvero brillare e parlare. E poi, volente e nolente, dobbiamo tornare a rapportarci con la gente per far ripartire un sistema al collasso, per far ripartire il meccanismo dell’umanità che è basato su un confronto continuo.

Siamo sotto lo stesso cielo, come i fratelli americani, dove i casi di depressioni sono triplicati perché la pandemia è stato un fenomeno percepito come ben più grave della strage dell’11 settembre e dell’uragano Katrina.

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