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Cultura

IL LATINO: RADICE CULTURALE DELLA NOSTRA CIVILTA’

Si è celebrata il 9 aprile la prima Giornata mondiale della lingua latina, istituita dall’Associazione Italiana di Cultura Classica.
di Fabrizio Bordone

Associazione Italiana Cultura Classica (AICC): una libera Associazione di docenti dell’università e della scuola, di studenti e di semplici cittadini che credono fermamente nella perennità dei valori della cultura classica e si adoperano per la loro salvaguardia e la loro diffusione.

Il 23 ottobre 2020, il Direttivo dell’AICC ha infatti deliberato di dedicare il primo venerdì di aprile di ogni anno (o il secondo nei casi in cui, come nel 2021, il primo coincida con il Venerdì santo) alla celebrazione della Lingua latina, come occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza e sulla valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale rappresentato dal Latino e per preservarne e promuoverne lo studio e la diffusione tra le nuove generazioni. L’iniziativa, che si è svolta sotto l’egida dell’UNESCO, ha peraltro meritato all’Associazione il prestigioso conferimento della medaglia per l’alto valore culturale da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Simili ricorrenze possono rappresentare per tutti, anche per quelli che, come chi scrive, abbiano scelto di dedicarsi allo studio e all’insegnamento delle lingue antiche fino a farne la propria professione, una valida occasione per interrogarsi su quale senso possa avere oggi, nel XXI secolo, coltivare e diffondere questi studi: nelle risposte a questa domanda si realizza l’esigenza di una continua rimotivazione e si ritrovano gli stimoli che consentono di proseguire il proprio impegno con nuovo slancio, rinnovate energie ed immutata passione.

Parafrasando il quesito con cui il filologo e antropologo Maurizio Bettini ha provocato il suo pubblico nell’interessante saggio A che servono i Greci e i Romani? (Einaudi, 2017), proviamo dunque a chiederci oggi, in occasione della Giornata mondiale della lingua latina: a che serve il latino? Qual è lo spazio e il ruolo del latino nella formazione dei giovani e quale contributo può fornire alla loro crescita?

La domanda non è certo nuova, anzi il mondo della scuola, italiana in particolare, se la pone ormai da diversi decenni e la risposta che ad essa è stata data dal decisore politico è implicita nella progressiva marginalizzazione a cui le riforme e gli aggiornamenti dei curricula scolastici che si sono succeduti nel corso degli anni e dei governi, di qualsiasi “colore”, hanno costretto il latino, il quale, sparito ormai da quasi cinquant’anni dalla “scuola media”, in termini di monte-ore e di rilevanza disciplinare mantiene una certa centralità soltanto al liceo classico, sopravvive (talvolta a fatica) allo scientifico, agonizza al linguistico e al liceo delle scienze umane, non è mai entrato nelle aule dei licei di più recente istituzione. In un simile scenario, non certo confortante, è pertanto affidato in primis ai docenti il compito, non sempre facile, di trovare in se stessi e nella tradizione, di cui sono depositari e veicolo di trasmissione, una risposta alla domanda di senso che ci si è posti in precedenza, per essere in grado di guidare e accompagnare ad essa anche le nuove generazioni in frenetica trasformazione con cui si trovano quotidianamente a confrontarsi.

E dunque: a che serve il latino? È indubbiamente vero, come spesso si è soliti sostenere, che «il latino insegna a ragionare»: lo studio di una lingua flessiva dal rigoroso impianto sintattico come il latino, infatti, abitua senza dubbio lo studente ad attivare una serie di competenze riconducibili all’area logica che ne stimolano le capacità di problem solving e contribuiscono allo sviluppo di una corretta architettura del pensiero. Ma se il suo ruolo si limitasse a questo, il latino rischierebbe davvero di rappresentare, al giorno d’oggi, uno “strumento” ormai obsoleto e destinato all’estinzione, facilmente sostituibile da altri ben più accattivanti e in grado di svolgere la medesima funzione di “palestra per la mente”.

da pixabay.com

Il contributo del latino alla formazione dei giovani, infatti, può e deve consistere in un apporto ben più profondo e complesso alla maturazione complessiva e alla definizione di una personalità in in evoluzione: la lingua latina può diventare, in tal senso, la chiave di accesso a un patrimonio culturale di inestimabile valore, sopravvissuto e sedimentato nei secoli proprio attraverso il ruolo fondamentale della scuola. L’apprendimento linguistico, dunque, fornisce alle giovani generazioni un alfabeto e una grammatica per poter accostare direttamente, senza mediazioni, i frutti del pensiero e della creatività di quei “classici” che sono tali proprio perché “non passano di moda”, perché sanno interrogare il cuore e sfidare nel profondo l’intelligenza dell’uomo di ogni tempo.

È solo attraverso la conoscenza della lingua latina, insomma, che possiamo davvero arrivare a toccare le radici, non solo linguistiche, ma anche culturali, della nostra civiltà. Attingendo direttamente ai testi che hanno costruito la nostra identità letteraria, filosofica, scientifica, saremo dunque in grado di soddisfare quell’esigenza che oggi ci spinge a tornare al passato per guardare “da lontano” il presente convulso e confuso in cui ci troviamo immersi e che spesso fatichiamo a comprendere “da dentro”, per correre verso le sfide del domani con nuovo slancio e con la rassicurante certezza che, come scriveva nel XII secolo (e ovviamente… in latino!) il filosofo e teologo Giovanni di Salisbury, anche se spesso ci sentiamo “nani”, potremo sempre riconoscere nei classici quei “giganti” sulle cui spalle arrampicarci per guardare con fiducia ad orizzonti nuovi.

Occasioni come la Giornata mondiale della lingua latina, allora, stanno a ricordarci, se mai ce ne fossimo dimenticati, che alla scuola italiana del XXI secolo serve ancora il latino, forse proprio perché il latino non “serve” a qualcosa di concreto, non ci consegna una lista di procedure da applicare meccanicamente in vista di un obiettivo tangibile nell’immediato, ma perché nutre lo spirito e apre la mente. Alla scuola italiana serve il latino e serve l’entusiasmo di docenti che guidino i ragazzi a gustare «la squisita perfezione della lingua latina» che affascinava Giacomo Leopardi, e attraverso di essa la straordinaria ricchezza della letteratura e della cultura che, in latino, ha accompagnato nei secoli il viaggio dell’uomo sulle strade della conoscenza.

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