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Cultura

Con Lucia Circo si pratica l’arte floreale proveniente dal Giappone

Essendo la primavera alle porte uno dei nostri pensieri si rivolge subito alla natura, che da sempre accoglie l’uomo nel suo morbido grembo, tra i profumi e i colori dei suoi fiori.

A causa di questo periodo difficile che per non alimentare i contagi del Virus ci costringe purtroppo ad isolarci, il contatto con la natura sembra indispensabile. Cercare di parlare con essa è un modo per non sentirsi soli e di gioire del bello che ci circonda. 

Con Lucia Circo (Como, 1950) possiamo sperimentare modi originali di comunicazione.  Dall’osservazione della natura nasce, per coloro che ancora non ne sono a conoscenza, un’antica arte tradizionale giapponese, denominata Ikebana, connubio perfetto tra estetismo e poesia visiva che Lucia pratica da ben venticinque anni. Tutto è cominciato quando lasciatasi rapire dal fascino di alcune immagini su una rivista femminile, si è iniziata ad informare su come approcciare a quest’arte.

Leggendo poi un’inserzione di un corso presso un vivaio, ha aperto le porte della sua creatività. «L’ikebana è una disciplina, prima di tutto, che richiede tempo e pazienza, un modo entusiasmante per regalarsi un momento di pace e riflessione intima. L’aspetto estetico è solo la conseguenza di un determinato lavoro. Spero che tutto questo riesca ad essere trasmesso dalle mie composizioni. – spiega Lucia – Sicuramente, per fare un buon ikebana l’aspetto personale deve emergere, al di là delle regole imposte da questa disciplina. La creatività non sta tanto nell’aspetto fantasioso, quanto in quello più strettamente personale che mira al proprio sentire, all’interpretazione personale che si dà osservando un fiore, un vegetale, un dettaglio.»

Con le amiche del Chapter Ohara di Milano, Lucia ha organizzato diverse eventi e mostre; ha esposto anche all’Umanitaria, al Museo di Ivrea, ripetutamente al MUDEC (Museo delle Culture di Milano) e al Piccolo Teatro di Milano. Parlando con lucia Circo si è potuta conoscere la storia di Ikebana, dalla nascita ad oggi.

Ikebana, celebrazione di bellezza

Questa pratica orientale, conosciuta già in India e in Cina ma sviluppatasi pienamente in Giappone, nasce come arte cerimoniale; è tanto antica che inizialmente era legata alla spiritualità di un popolo combaciando con una vera e propria offerta votiva. Solo successivamente nel tempo essa si tramutò in elemento artistico, espressione di una creatività personale. L’arte del disporre i fiori divenne popolare e venne così denominata Ikebana, ma antecedentemente veniva praticata solo da uomini nobili e dai monaci Buddhisti. Così nel XV secolo vennero aperte delle scuole apposite che insegnavano come realizzare questo genere di composizione, dalle quali spicca semplicità, equilibrio, armonia. Il fascino della cultura giapponese si esprime attraverso d’essa valorizzando degli aspetti essenziali di questo popolo. Ad esempio “Il vuoto”, non viene inteso come assenza ma come elemento decisivo per poter apprezzare il resto. “L’asimmetria” è simbolo della spontaneità della natura stessa, ed i cicli stagionali sono indizi che conducono all’accettazione della volubilità della vita, in quel suo continuo mutare fino a raggiungere quella sua propria ciclicità del suo essere.

Si può affermare che da quel momento le case in oriente vennero abbellite da quest’arte, celebrazione della natura, della cura d’essa e mimesi della cura di sé.

Alla fine dell’ottocento con l’ingresso del Giappone in occidente questa rappresentazione artistica, sfidando nel contempo il gusto tradizionale tipico dell’altro emisfero, dove si manifestava l’attenzione verso un gusto decorativo completamente differente, matura tramutandosi in Ikebana moderno. Infatti, fu il maestro Unshin Ohara a dare un nuovo volto a questa pratica affinché si armonizzasse il più possibile con l’occidente, dando vita ad una nuova composizione: Moribana. Così i fiori importati dall’occidente, essendo di misure maggiori e con colorazioni più vive, vennero posti in vasi poco profondi e poco alti. In tal modo gli assemblaggi avrebbero potuto svilupparsi in larghezza e con speciali supporti potenziarne la creatività.

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