Basta ascoltare una conversazione tra adolescenti per rendersi conto che la lingua italiana, oggi, corre veloce. “È cringe”, “ha flexato troppo”, “mi ha ghostato”, “slay assoluto”. Per molti adulti queste parole suonano come rumore di fondo, quasi una minaccia al “buon italiano”. In realtà, lo slang giovanile non è un impoverimento del linguaggio, ma una delle sue forme più vitali. Ogni generazione ha creato il proprio codice. Negli anni Ottanta c’erano i “paninari”, nei Novanta il linguaggio delle subculture urbane, oggi l’influenza dominante arriva dai social network, dai videogiochi, dai meme. TikTok, Twitch, YouTube e Instagram non sono solo piattaforme: sono veri e propri laboratori linguistici. Qui nascono parole, si trasformano, si diffondono in pochi giorni e, con la stessa rapidità, vengono abbandonate quando diventano “da adulti”.
Lo slang serve soprattutto a tre cose: creare appartenenza, distinguersi e comunicare in modo immediato. Dire “bro” invece di “amico” o “ghostare” invece di “sparire” non è casuale: è un modo per segnalare che si fa parte di un gruppo, che si condivide lo stesso immaginario culturale. È un linguaggio identitario, più che funzionale. Dal punto di vista linguistico, è un fenomeno affascinante. Le parole nascono spesso dall’inglese, vengono adattate all’italiano (“flexare”, “shipparli”), cambiano forma e significato, diventano verbo, aggettivo, esclamazione. È creatività pura, non decadenza. Lo slang non sostituisce l’italiano: lo affianca, come un registro informale che vive accanto alla lingua standard. Capire lo slang dei giovani significa, in fondo, capire il loro modo di stare nel mondo. È una lingua rapida, ironica, iperbolica, che racconta un tempo accelerato e digitale. E come ogni lingua viva, cambia. Proprio per questo, continuerà a sorprendere – e a farci sentire, inevitabilmente, un po’ “NPC”.