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FRANK ZAPPA E IL FILM SULLO SCHIAVO DEL SUO ORECCHIO INTERIORE

Un film documentario diretto da Alex Winter svela contraddizioni e retroscena del grande compositore italo-americano.

(da: wikipedia.com)

Per chi ha vissuto fuori dall’orbita lunare, Frank Zappa è sinonimo di provocazione, eccentricità, polisemia di linguaggi musicali fuori da ogni schema prestabilito e non solo l’autore del brano “tengo na minchia tanta”!

Zappa, il film-documentario di Alex Winter, uscito in questi giorni nelle sale cinematografiche, si pone l’obiettivo di mostrare l’uomo oltre il musicista, la sua umanità sprezzante e dissacrante e il gusto sottile di non prendere nulla su serio; a parte la sua musica.

Ogni impegno avviato dal compositore di Baltimora è un oltraggio alle certezze umane: dalla libertà di espressione alla lotta contro i dogmi religiosi, tutto veniva miscelato in quell’enorme vaso di pandora che era la sua mente instancabile per produrre una connotazione musicale  unica e personale, politicamente scorretta per antonomasia, ma tremendamente istintiva e sincera come solo lui poteva essere.

Il film rappresenta uno spartiacque nella letteratura zappiana, perché grazie alla benedizione della moglie Gail, scomparsa nel 2015, il regista ha avuto l’accesso al mitologico caveau del compositore: una sorta di sancta sanctorum, dove è racchiusa l’immensa produzione musicale e video che farebbe rabbrividire l’archivio segreto di Andreotti.

Le immagini ripercorrono lo stesso Zappa mentre illustra alcune delle bobine risalenti a Hot Rats, The grand Wazoo e persino filmati risalenti alla sua adolescenza, quando si divertiva a immortalare le scene di quotidianità in casa con i genitori e i fratelli.

Il materiale inedito acquista un valore ancora più prezioso se si pensa che gran parte di questo archivio è stato acquistato da Lady Gaga, a scapito dei tanti amanti e conoscitori “veri” del musicista.

Quello che Winter è riuscito a evidenziare è la simbiosi istintuale tra il giovane ribelle che si divertiva a costruire esplosivi in casa, il batterista che si avvicina al jazz e al doo wop con una big band multirazziale, mal vista nell’America del 1955, il compositore poliedrico capace di realizzare una rivoluzione musicale che attraversasse tutti i generi con una versatilità degna di un Mozart del ‘900, pur avendo iniziato con la pubblicità.

Zappa traspare nelle sue inquietudini per la volontà di tradurre in musica le contraddizioni della sua vita e quelle della società che osservava, dall’etica conservatrice all’anticonformismo di maniera dei figli dei fiori, verso i quali nutriva forti diffidenze, messe in partitura sul primo album freak out, ma anche su Absolutely Free e soprattutto We’re only in it for the money, con una copertina parodia del celebre S.G.T Peppers lonely hearts club band dei Beatles.

Zappa non sopportava la cultura degli eccessi allo stesso modo del perbenismo di facciata e questo lo rendeva un personaggio difficilmente inquadrabile, perché la sua opera musicale, attraversando stili ed epoche, lo metteva costantemente di fronte ad un perfezionismo maniacale che lo rendeva “schiavo del proprio orecchio interiore”.

Non poteva essere diversamente per un autodidatta che è diventato uno dei più grandi compositori del XX secolo, sia per il rock che per la musica orchestrale. La differenza fra Zappa e il mondo che lo circondava era di pura curiosità, che non distogliesse mai l’attenzione dal proprio obiettivo e dal proprio lavoro; ciò fa di Zappa l’unico vero imprenditore musicale di se stesso, concentrato nell’intento di tradurre in suono ciò che il suo incredibile genio avrebbe partorito da li a poco.

Per Frank Zappa non c’era solo bisogno di cambiare il modo di comporre, ma anche quello di ascoltare musica.

Da qui la necessità di stabilire un confine tra la libertà di ascolto e quella di condizionare lo stesso; argomento che condurrà Zappa in senato, con giacca e cravatta e in prima fila contro il “Parental Advisory”, l’etichettatura dei dischi con testi ritenuti osceni, promosso dalle mogli benpensanti di alcuni senatori americani fra cui anche Al Gore, quindi assolutamente bipartisan, pur non avendo colpito direttamente le sue opere.

La provocazione musicale di Zappa si diffuse nel mondo, anche a quelle latitudini dove la controcultura americana veniva bloccata e questo permise che egli divenisse la colonna della Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia, tanto che nel ’91 l’artista fu accolto dal presidente Václav Havel, che lo nominò rappresentante per il commercio e gli affari culturali.

Le immagini del concerto di Praga scorrono con le passeggiate per Mosca e le reazioni popolari che, per denigrare il rock, la definivano “musica alla Frank Zappa”.

In un certo senso la sua azione politica avrebbe permesso un miglioramento delle relazioni tra Est e ovest e ovviamente per questo fu pesantemente censurato dalla Tv.

Questo non avrebbe avuto l’impatto che i vari Reagan e Bush speravano e il genio che a 15 anni scoprì Edgar Varese divenne il simbolo ufficiale della nuova rivoluzione sociale e linguistica del secolo; tutto ciò nonostante, in 62 album inediti, egli abbia realizzato una sola Hit, quella Valley Girl assieme alla figlia 14enne Moon Unit.

Dal pop all’elettronica, fino alle composizioni per orchestra, Zappa  mette in scena il genio dentro l’uomo, spietato ma fedele, provocatorio ma cosciente, innovatore ma legato alle tradizioni che passando dalla chitarra al Synclavier, fino alla bacchetta da direttore d’orchestra, riesce a trasmettere il valore della straordinaria e infinita produzione artistica di Zappa, commisurata a una vita personale e politica altrettanto intensa e istintuale come solo un moderno Stravinsky potrebbe fare.

Cosa direbbe il nostro Frank se fosse vivo oggi di fronte alla cancel culture e l’ipocrisia fanatica del nuovo politically correct?

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