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Musica

Essere musicisti, insegnanti e artisti al tempo del coronavirus

Mentre il mondo intero combatte un nemico invisibile e silenzioso, esiste una classe sociale a cui lo stato non ha mai dato risposte e forse mai le darà: sono gli operatori dell’arte e della cultura.

C’è molta prudenza nel parlare di arte e intrattenimento ai tempi del coronavirus. Lo sviluppo drammatico dell’epidemia, in Italia e nel resto del mondo, ha reso la società più consapevole della propria vulnerabilità, così come il senso di unità nazionale che, dai balconi alle corsie, pervade lo stato d’animo della popolazione umana. 

Il tempo dedicato allo svago mentale e fisico dell’ascolto di musica, o la visione di un film, la lettura di un libro, ma anche un programma televisivo, rientra nei ritmi di una nuova quotidianità domestica, auto-imposta e riorganizzata per far si che le persone tornino a riappropriarsi del concetto stesso di tempo. Un tempo che la stessa natura sta riorganizzando per sé, secondo un disegno che l’uomo non è mai stato in grado di comprendere pienamente: ora è la stessa madre (di leopardiana memoria) a imporre l’attenzione ai suoi figli.

Per molti la paura si è sviluppata nella notte tra il 7 e l’8 marzo, quando una bozza ministeriale, non ancora divenuta norma, seminò il panico tra i migliaia di fuori sede in Lombardia, tanto da decidere una fuga immediata e incosciente verso le loro rispettive località e una crisi generalizzata alle diverse attività lavorative, bloccate da Covid 19. 

La prima mossa del governo è stata l’attuazione di un provvedimento varato il 16 marzo dall’esecutivo, denominato “Cura Italia”: 25 miliardi stanziati per sostenere l’economia; un’occasione coraggiosa per ristabilire la tardiva coesione politica e sociale del sogno Made in Italy, ma anche una mancata occasione di riconoscimento verso alcune fasce di lavoratori già eccessivamente fragili.

Perché ancora oggi e dopo varie revisioni il testo, pur mirando a rispondere in tempi strettissimi all’anima produttiva del paese, non tiene conto della diversificazione di ciò che è stato già irrimediabilmente compromesso sotto l’aggettivo “eccellenze”.

(da: pixabay.com)

Se lo stato corre in soccorso del settore pubblico e privato, lo stesso non può dirsi a proposito delle cosiddette “libere professioni”, che vanno dagli ingegneri agli avvocati, dagli architetti ai giornalisti. Sfortunatamente l’ultima ruota del carro è la sterminata categoria degli operatori culturali: musicisti, artisti vari, addetti alla cultura e insegnanti. 

Pur facendo riferimento ai docenti di materie artistiche impegnati in associazioni e scuole private, la questione si estende all’intera categoria e la loro missione. 

È triste che la giusta mobilitazione di artisti di ogni genere nell’unirsi al coro di #restateacasa, non sia stata altrettanto attiva nel chiedere allo stato un po’ di rispetto in più per una larga categoria, che spesso non riceve contributi, o non ha la Partita Iva e, per troppo tempo è stata costretta a svolgere il proprio lavoro senza alcuna tutela, né sindacale né d’assistenza. 

Il bonus una tantum di 600 euro per il mese di marzo si è rivelato più un affronto che una tutela; soprattutto se si pensa ai numeri ancora poco chiari di occupazione grazie al reddito di cittadinanza.

Il musicista che insegna presso una scuola privata o il ballerino che insegna danza acrobatica non chiedono un sussidio, ma la possibilità di andare avanti senza che gli anni di sacrifici non siano vanificati; come tutti i lavoratori e nonostante il congelamento delle tasse a partire dal 31 maggio 2020 e ila sospensione dell’obbligo di versamento delle ritenute d’acconto.

La possibilità dello smart working dovrebbe aiutare a mantenere il ritmo e il contatto con allievi e colleghi, ma la crescente preoccupazione per ciò che avverrà dopo la crisi è particolarmente acuta da parte di coloro che a oggi, rappresentano la classe operaia più debole del sistema produttivo.

Con riferimento alla musica, è l’intera filiera della produzione ad aver subito un brusco arresto; il tutto in un settore che da anni vive una profonda crisi creativa, professionale ed economica. Negozi di musica, librerie, studi di registrazione, scuole di musica; un mondo trasparente e non sommerso che ha sempre vissuto grazie alle proprie forze e si trova ad affrontare una nuova sfida. Anche le vendite di dischi e CD segnano un trend negativo: si parla di un calo del 60%, sui diritti connessi di oltre il 70% a causa della chiusura di esercizi commerciali e degli eventi. Ciò che fa riflettere è che il calo riguardi anche le piattaforme streaming, le quali soffrono della mancanza di ascoltatori, la mancanza di nuove uscite e la scarsa mobilità dei consumatori: secondo i dati IFPI, in Italia il 76% dell’ascolto musicale avviene in auto e durante il tragitto casa-lavoro.

Certamente non è possibile fare un pronostico sulle conseguenze dell’epidemia in questo settore, ma occorre spingere lo stato a prendersi carico di un mondo che vive il suo stato di crisi già prima del coronavirus e che, sebbene siano considerate secondarie, l’arte e la cultura continuano a essere il motore immobile dell’economia italiana; a tenere in vita questo motore concorrono donne e uomini di ogni ceto, regione, età e formazione e da tutta la vita portano avanti una missione: non possono salvare vite ma possono renderle migliori!

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