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Musica

LA RIVINCITA DEI DILETTANTI

Come abbiamo fatto a togliere valore e autorevolezza alle battaglie di una generazione?

Forse non tutti conoscono la storia dei Dramatics; un soul band vocale nata nel 1964, tra i sobborghi di Detroit, in Michigan. La vicenda dei quattro musicisti, nonostante il successo di alcuni brani quali, In the rain e Whatcha see is whatcha get, è indissolubilmente legata agli scontri avvenuti nel 1967, tra la polizia e attivisti per i diritti civili e il massacro del Motel Algiers. In quel luogo la brutalità delle forze dell’ordine raggiunse il suo apice con l’omicidio di tre ragazzi di colore, al termine di una notte di soprusi e violenza, durante la quale furono coinvolte anche due ragazze bianche. Fra i malcapitati di quel massacro c’era anche Larry Reed, frontman della sopracitata band, che proprio in quella notte avrebbe dovuto esibirsi in un grande teatro della città. 

Il sogno del cantante, di mostrare il suo talento naturale, all’interno di quella Motown che sembrava l’unica forma di evasione da una realtà di miseria e sfruttamento illimitato, venne infranto dalla consapevolezza di come la violenza e l’odio possano diventare lo strumento privilegiato di un potere disposto a tutto pur di mantenere inalterato il suo ordine e la sua divisione in classi. 

La vicenda dei Dramatics si lega ad altri episodi simili, come i cinque giorni di scontri del 1965 a Los Angeles, nel ghetto afro-americano di Watts e raccontati da Frank Zappa nel brano Trouble coming every day, all’interno del primo album Freak Out del 1967.

Sembrano passati dei secoli dal risveglio culturale e politico della marcia di Selma, dal “reclutamento” del consigliere Milk a San Francisco, e tanti altri eventi che hanno segnato il percorso verso la lunga battaglia per i diritti civili, di ogni genere e orientamento. Una lunga rappresentazione socio-culturale in un percorso minato e frastagliato e che oggi viene racchiuso nei dettami del MeToo o del Black Lives Matter. 

La rivincita dei dilettanti parte da qui: da quella necessità che diventa sfogo e poi imposizione a rivedere ogni forma di pensiero che non fosse conforme al nuovo dogma, scagliandosi indiscriminatamente contro tutto ciò che potrebbe ricordare l’odio del passato. Il passaggio a una nuova forma di fanatismo estremo è sottile, ma mai si sarebbe potuto pensare che le grandi battaglie di Martin Luther King si sarebbero adeguate alla sterile lotta contro i presunti messaggi razzisti nel cinema, nella musica, e sfociati nella censura alle pedine scure degli scacchi. 

Analogo discorso per l’identità di genere e il sessismo, con il risultato d’indentificare un nuovo vento di rivoluzione in puri simboli di marketing del costume; icone di una sterile ideologia dell’apparire, ebbra di metafore sessuali e lustrini, quanto vuota di fantasia e competenza e nella quale la novità dipende da una confusione apparente; un linguaggio che è abituato sconvolgere, ma solo per divertire.

Il dato più “divertente” è che anche in questo caso, tentare di riportare i piedi per terra, manifestando il bisogno di sviluppare una qualche forma di conoscenza, sembrerebbe una pretesa ridicola e preda dello sberleffo da parte del mondo virtuale. Aumentano i critici e diminuiscono i professionisti, nelle arti come nella società ed è questa tendenza a far comodo al nuovo sistema.

Se la rivoluzione dei linguaggi del XXI secolo dovesse partire da giovani musicisti rock, bravi e indubbiamente belli, bisogna ricordare come anche nei decenni precedenti, la classe ribelle ha smesso di fare paura al sistema, una volta diventata la tendenza del momento. 

Ormai siamo un po’ in ritardo anche per imporre un nuovo modello, lasciando ampi spazi ad una società mediocre e a tratti ipocrita, gestita da dilettanti allevati al seno della controcultura, il cui difetto principale è ormai quello di dettare mode e codici di comportamento, sicuri che il loro “spirito ribelle” per quanto trasgressivo, non possa disturbare, né nuocere alla salute; conformi alla linea per non scalfire la tavola granitica del quinto potere.

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