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Viaggi

RIFLESSI D’ORIENTE-OCCIDENTE: ESPERIENZE E MEMORIE DI UN VIAGGIATORE IN TURCHIA

Viaggiare è una vera e propria arte, una passione che non tutti coltivano per scelta o per possibilità.

Foto di Ben Kerckx da Pixabay

Il viaggio può anche essere vissuto come una continua indagine privata dove cerchiamo il nostro vero carattere, la nostra personalità più nascosta, i nostri desideri e le nostre passioni più interiori. Il nostro animo può finalmente mostrarsi e, dopo un percorso più o meno lungo ed intenso in cui vediamo fuoriuscire emozioni e sentimenti nascosti, ci scopriamo diversi da come eravamo partiti.

E’ vero che nel viaggio nasce un sapere derivato dall’interpretazione personalissima operata da colui che ha visto, che ha valicato confini (fisici e non); ciò è testimonianza del fatto che non esiste un viaggio identico ad un altro, nemmeno quando a porli in essere sia la medesima persona. Tutto ciò che è colto nel viaggio, diviene, più o meno consapevolmente, frutto di una nuova elaborazione che andrà a costituire un nuovo anello dell’esperienza personale.

Abbiamo chiesto al Prof. Marco Domenico Robbiati di raccontarci cosa è rimasto maggiormente del suo viaggio in Turchia.

Questi i suoi appunti di viaggio:

1. la discreta e compassata accoglienza a bordo dell’aeromobile da parte delle hostess, ed in generale di tutto il personale di Türkish Airlines;

2. la luminosità del volto, la grazia, l’abbigliamento dai tenui colori pastello, morbido, sobrio ed elegante, il portamento ed i movimenti misurati della ragazza musulmana in servizio di vigilanza allo spazio di preghiera della moschea blu ad Istanbul;

3. la preghiera serale del venerdì, la ṣalāt al-ʿishāʾ presso la moschea di piazza Taksim ad Istanbul;

Foto di Sharon Ang da Pixabay

4. la fatica, il sudore, la stanchezza, comunque l’abbozzare di improbabili quanto veraci sorrisi (sicura conseguenza di qualche piccola battuta occorsa) delle donne addette alla messa a dimora dei fiori, ad Ankara, per l’abbellimento di un’aiuola stradale, operanti al caldo, per noi abitanti di altre latitudini, cocente delle 14.00 di un giorno qualsiasi, in un torrido agosto;

5. la voce tonante, quasi imperiosa, comunque stentorea e certamente severa, del muezzin che chiama i fedeli alla prima preghiera della mattina, la salāt al-fajr, in Cappadocia, alle ore 04.40, cioè alla comparsa del primo, tenue raggio di luce all’orizzonte, inteso prima dell’alba;

6. la semplicità del volto scarno che appare sotto ad un cappellino di tela con visiera e dietro ad un paio di Rayban dalle grandi lenti verdastre, la grazia e la figura esile, quasi efebica, della guida originaria del sudest asiatico incontrata a Pammukale, quando ci ha chiesto di vigilare sul suo ombrellino e di tenerle occupato il posto a sedere mentre si recava velocemente al bar delle cascate pietrificate per bere un caffè;

7. la pazienza, la professionalità, quindi la competenza e la signorilità dei modi e delle parole del titolare del laboratorio per la lavorazione a mano dei tappeti visitato, che ci ha descritto con dovizia di particolari ogni fase di lavorazione propria del loro ciclo produttivo, e che ha risposto esaustivamente a tutte le mie domande di natura più tecnica, soddisfacendo così la mia curiosità in materia;

8. Il volto sereno, incorniciato dal suo hijab sul quale spiccavano un paio di importanti occhiali da sole dalle brune lenti fumè, di una ragazza seduta di fronte a noi in un bar del lungomare di Izmir;

9. i volti, l’allure equilibrato, l’abbigliamento e gli hijab dai colori tenui, altre volte vivaci, sicuramente eleganti, delle giovani donne e delle ragazze incrociate lungo i percorsi del gran bazar di Bodrum;

10. la tranquilla quotidianità delle stesse che si rivela sia nelle scarpe sportive di marca che tradizionali eleganti calzate, nelle unghie laccate in tinte calde e decise, o in un piccolo tatuaggio, che pare, ad una prima e distratta, quanto sommaria occhiata, non all’hennè, ma permanente, e che fa, con molta pudicizia, ritmicamente capolino da un piede lasciato leggermente scoperto, ad ogni passo, dal movimento lento del morbido pantalone indossato;

11. l’emozione di calcare, con i “propri calzari”, lo stesso suolo calcato duemila anni fa da Saulo di Tarso, inteso s. Paolo, l’apostolo delle genti, anche nel teatro dove egli ha predicato dopo la sua conversione sulla via di Damasco (Saulo, Saulo, perché Mi perseguiti?), quindi di immaginarlo davanti a noi nel diffondere, presso gli efesini, il Cristianesimo, il Verbo;

12. i volti, le espressioni ed il  lavoro onesto, ribadisco onesto!, svolto anche senza conoscere, forse, i differenti e molteplici idiomi del variegato popolo dei turisti stranieri (vale sempre, comunque, la conoscenza del linguaggio internazionale, l’Inglese), dai giovani camerieri degli alberghi presso i quali siamo stati ospiti, e dai camerieri in servizio nei locali frequentati, specialmente ad Istanbul ed a Bodrum;

13. il viso lindo che lascia intravede una sicura bontà d’animo, le sue linee comunque sottili ed aggraziate malgrado i tratti somatici decisi, propri delle genti delle pianure russe dell’estrema Europa Orientale, quindi dell’Asia centrale, che denotano sicurezza nel comportamento, gli occhi marroni e leggermente a mandorla appartenenti alle popolazioni tatare, della giovane ragazza, poco più che 25enne, originaria del Tartastan, conosciuta sull’imbarcazione durante un’escursione alle calette di Bodrum che, conversando, ci ha liberamente parlato dei suoi sogni, dei suoi desideri di vita, di lavoro, delle sue aspirazioni, del suo futuro, ed alla quale, all’arrivo in porto al termine della giornata, ho rivolto codeste mie ultime parole prima di non rivederla, con molta probabilità, anzi con certezza, mai più: “i wish all your dreams could come true, about all your life, about your job, for your future; let me tell you, i think you are a talented girl; your face, your eyes and your sight are so pretty. I’m glad to know you”, facendo così prepotentemente arrossire il suo attraente ed aperto volto per il complimento e l’augurio ricevuti, decisamente inaspettati, e ricevendo a mia volta, altrettanto inattesi, i suoi quasi schermiti e commossi ringraziamenti;

14. Il bagno nelle calette, completamente vestite, inteso nel loro tradizionale costume, delle donne islamiche, circondate dalla gioviale compagnia dei propri mariti e del gruppo degli amici e dei parenti;

15. lo sguardo dolce e le morbide attenzioni di una madre musulmana, quella che ha appena fatto il bagno, per la propria bimba di pochi mesi, partecipe, malgrado ancora non sappia camminare con sicurezza, all’escursione: è inutile prescindere, ma al di là delle etnie di appartenenza, delle aree geografiche di provenienza e di qualsiasi differenza di cultura e di pensiero, nonché di comportamento, siamo tutti, dico tutti ostinatamente uguali; i comportamenti primari, i sentimenti che proviamo e le esigenze fondamentali di ogni essere umano sono assolutamente affini, inteso le stesse per tutti quanti noi, a qualsiasi latitudine si nasca e si viva;

Foto di Hasyim Muhamzah da Pixabay

16. i kangal, i grandi cani pastore dell’Anatolia in cui ci siamo imbattuti in Cappadocia, di razza pura o incrociati, non ha importanza alcuna, che si sono lasciati da me accarezzare più volte con calma rivolgendomi così le loro misurate, quasi pigre attenzioni, forse donandomi un poco della loro fiducia anche nel leccarmi la mano;

17. la fatica, la pazienza, la dedizione quotidiana, la professionalità di tutti coloro i quali ci sono stati vicini, non per ultima la nostra guida, e che si sono attivati per servirci al meglio e rendere il nostro soggiorno il più possibile piacevole e gradito;

18. l’espressione che rivela la pazienza dell’attesa e la speranza di un acquisto letto sui volti chiari delle giovinette sedute compostamente ai loro improvvisati banchetti stradali serali per la vendita di piccoli oggetti di artigianato locale a turisti spesso distratti, comunque poco attenti alla loro discreta presenza ed altrettanto poco interessati alla merce proposta;

19. ancora la pazienza, questa volta, però, dei miei amici, inteso anche compagni di viaggio, nel sopportarmi durante questa esperienza. A volte. Forse….

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