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Scuola

UN ANNO DI COVID: LA DAD, LE DIFFICOLTA’…..LA RIPRESA

Con il propagarsi dell’infezione da SARS-COV-2 il nostro Paese è stato tra i primi ad essere colpito dalla pandemia: tra le misure immediatamente adottate nell’urgenza del momento ed in assenza di evidenze scientifiche, in questa prima fase, è stata stabilita la chiusura di tutte le attività didattiche in presenza.
di Silvana Fossati (Dirigente Scolastico)

A partire dallo scorso settembre tutti gli studenti hanno ripreso la frequenza, però mentre sono state mantenute aperte le scuole d’infanzia, della primaria e della secondaria di primo grado, gli studenti degli istituti superiori dalla fine di ottobre sono ritornati alla didattica a distanza con eccezione di qualche breve periodo di presenza tra il 50 ed il 75 per cento.

La sospensione delle attività didattiche in presenza e il conseguente ritorno alla didattica a distanza ha causato notevoli difficoltà a studenti e studentesse. La reale portata delle conseguenze su un piano psicologico, sociale, formativo ed educativo, non è al momento valutabile, ma si teme possano difficilmente essere colmate in assenza di un intervento adeguato volto ad evitare che la pandemia e le conseguenti chiusure pregiudichino il diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione e, al contrario, accentuino la dispersione scolastica e i disagi che ne conseguono a discapito dei singoli e dell’intera collettività.

In effetti la sospensione delle attività didattiche in presenza ha colpito maggiormente coloro i quali si trovavano già in una posizione di povertà educativa, nonché le fasce meno abbienti impossibilitate ad accedere a dispositivi elettronici e di connessione digitale. 

In Italia il tasso di abbandono scolastico precoce presenta valori ancora troppo alti e, seppur negli ultimi anni sia stato parzialmente recuperato, attualmente appare molto forte il rischio di peggiorare nuovamente la situazione come conseguenza della pandemia.

I dati dimostrano che la generazione degli adolescenti nel mondo di oggi vedrà ricadere le conseguenze della perdita di apprendimento, derivante dalla chiusura delle scuole e dall’adozione della didattica a distanza sulla qualità della vita per il futuro, a cominciare dal loro livello medio di retribuzione nel corso della vita che si stima potrà essere inferiore per una percentuale dall’ 1.6 al 3.3 per cento. Tali ripercussioni saranno ancora più gravi per i soggetti che si trovano in condizioni di maggiore debolezza e più rilevante svantaggio economico e sociale.

Sebbene non sia stata ancora effettuata alcuna misurazione delle conseguenze  relative alla perdita degli apprendimenti, da più parti si richiama il rischio che l’accumulo di learning loss sia ormai difficilmente colmabile: secondo uno studio dell’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) per ogni terzo di anno di insegnamento efficace perso si assiste ad un riduzione del Prodotto interno lordo (PIL) dell’1,5-2 per cento per la durata della vita lavorativa degli studenti di oggi in età 6-18 anni.

Un’indagine relativa all’impatto psicologico ed ambientale sui bambini, promossa dall’Irccs Giannina Gaslini di Genova ha evidenziato come le restrizioni imposte abbiano determinato e determinino nei bambini e negli adolescenti disturbi di <<componente psicosomatica>> come disturbi d’ansia e disturbi del sonno.

L’assenza di socialità provocata dalla sospensione della didattica in presenza sta determinando conseguenze gravi anche in termini di disagio psichico negli adolescenti e nei bambini, Particolarmente allarmanti sono proprio i dati diffusi dall’Ospedale pediatrico Meyer che evidenziano come i casi di anoressia e di ideazione suicidaria, nella fascia di età 12-18, nei mesi gennaio-febbraio 2021, siano quadruplicati rispetto ai mesi di gennaio-febbraio 2020.

Durante la cosiddetta seconda ondata della pandemia da COVID-19, secondo dati riportati dall’Unesco, Paesi come Francia, Spagna, Austria, Svizzera, Belgio hanno deciso di mantenere le scuole aperte, sempre nel rispetto dei protocolli sanitari che imponevano l’utilizzo obbligatorio delle mascherine per alunni, docenti e per l’intero personale scolastico, il rispetto del distanziamento, aerazione, sanificazione e monitoraggio continuo attraverso l’utilizzo periodico di test per COVID-19 all’interno delle strutture scolastiche e formative. Altri Paesi, come Germania e Regno Unito, hanno riaperto gli istituti scolastici gradualmente dopo periodi di lochdown totale, anche a causa delle diverse varianti del Coronavirus.  

(da: pixabay.com)

Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss) diffusi il 30 dicembre 2020, solo il 2 per cento dei focolai avrebbe origine all’interno del contesto scolastico: infatti i tre luoghi a maggior rischio di contagio risultano le abitazioni private, gli ambiti sanitari e quelli professionali-lavorativi.

A seguito di una recentissima ed imponente ricerca italiana condotta da un team dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, sulla base dei dati raccolti viene affermato che la scuola costituisce uno dei luoghi più sicuri rispetto alle eventuali possibilità di contagio del virus. Lo studio è stato realizzato attraverso un’analisi incrociata dei dati forniti dal Ministero dell’Istruzione con quelli delle Agenzie di tutela della salute e della Protezione civile su un campione costituito da oltre 7 milioni di studenti e 770mila insegnanti. Il tasso di positività tra i ragazzi risulta inferiore all’1 per cento dei tamponi effettuati, percentuale che non influenza minimamente la curva pandemica. I giovani contagiano il 50 per cento in meno rispetto agli adulti, anche nel caso di variante inglese. I focolai da Sars-Cov-2 all’interno delle aule scolastiche sono molto rari e la frequenza nella trasmissione da studente a docente è statisticamente poco rilevante, pertanto, secondo questo studio, i docenti non sembrano rientrare tra le categorie professionali a maggior rischio di contagio.

Riaprire le scuole in sicurezza è ora l’obiettivo principale, anche se non possiamo esimerci da alcune riflessioni sui nodi irrisolti: primo fra questi, soprattutto per le superiori, gli edifici troppo antichi, con locali piccoli che, per rispettare il distanziamento, non permettono la frequenza della totalità degli studenti della classe contemporaneamente. Vi sono istituti collocati in edifici costruiti in periodi in cui erano molto scarse le attenzioni rivolte al mantenimento di condizioni di salubrità, per non parlare di scuole situate in edifici dei primi del ‘900, di metà ‘800 e persino del periodo seicentesco; sicuramente molti di essi risultano essere di grande pregio artistico ed architettonico, ma assolutamente inadeguati alle esigenze scolastiche.

Non è inoltre da sottovalutare la questione aperta degli organici, visto che sono in vigore i parametri introdotti nel 2009 con il dimensionamento Gelmini-Tremonti. Il numero di studenti per classe non è stato modificato e può arrivare fino a 29-30 alunni, talvolta con la presenza di disabili. Ciò può costituire un potenziale pericolo per la salute oltre ad un danno formativo grande per gli alunni più fragili sotto il profilo didattico che avrebbero bisogno di maggior attenzione e supporto da parte dei docenti. Questi ultimi, infatti, in presenza di gruppi classe meno numerosi, potrebbero incentivare l’adozione di percorsi personalizzati a favore degli studenti più deboli, diversamente destinati a non raggiungere gli obiettivi minimi che possono costituire un bagaglio culturale adeguato in una società post moderna in continuo divenire quale è la nostra,

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